Erasmus+: Capitolo II. La grande truffa del Volontariato Europeo

Chris Barlati
Sa Defenza

Chiarificazioni
Nel mio primo articolo: ”Erasmus+: la grande truffa del volontariato Europeo” ho enunciato per sommi capi il contesto generico ove la maggior parte delle associazioni si trova ad operare. Ovviamente, non faccio di tutta l’erba un fascio. Sarebbe da stupidi.
Non tutte le associazioni, cooperative o comuni mirano esclusivamente ai finanziamenti europei. Bisogna, tuttavia, contestualizzare e comprendere come nei piccoli nuclei abitativi, dove non esiste elevata multiculturalità, si presenti insolito l’avallo di progetti di volontariato atti a favorire lo spirito di accettazione del sentimento europeo e di integrazione.
Le associazioni meno inclini a certe condotte, quelle diciamo più ”serie”, si trovano generalmente nelle grandi città come Lisbona, Madrid, Parigi, poiché, oltre ad essere strettamente controllate nello svolgimento delle loro funzioni da organismi internazionali, operano in un contesto di per sé già cosmopolita e multiculturale (senza nulla togliere che determinate situazioni possano verificarsi più nel caos delle grandi città che nelle piccole periferie del paesino).
Analfabetismo o paura di perdere il lavoro?
A seguito della pubblicazione del mio primo articolo, ho ricevuto numerose segnalazioni e ban, nonché critiche da parte di ”ex volontari” e referenti dello Sve. Trovo tale atteggiamento estremamente ridicolo e dannoso per la stessa organizzazione europea. Al posto di far luce sulla veridicità o meno di tali realtà, si passa alla critica e all’attacco verbale con infantilismo e illogicità. Tale comportamento troverebbe spiegazione solo e soltanto ad opera delle seguenti ragioni:

  • Mancanza di professionalità da parte di chi rappresenta un’istituzione di per sé già poco professionale;
  • Timore dettato dalla volontà di mascherare la realtà dei fatti. Sia essa nazionale che internazionale.

Possiamo anche vagliare l’ipotesi di una terza opzione:
– la componente italiana che ha avanzato le segnalazioni e gli attacchi nei miei confronti non è ‘predisposta’ per un tale ”lavoro” (o non è molto in linea con i principi intrinseci della morale universale di volontariato).
Generalmente, non mi meraviglierebbe che nel difendere contro ogni evidenza un’organizzazione instabile si preferisca accusare l’accusatore, se non fosse che l’essere ”mentor”, di per sé, non costituisca un vero e proprio lavoro. Essere ”mentor” significa ricoprire un ”ruolo” gratuito che permette di usufruire di determinati vantaggi, come viaggi e ”formazioni/feste”, retribuite non direttamente allo stesso, ma all’associazione. Il relativo vantaggio, in termini di benessere e svago, costituisce la componente preferita di quel ceto sociale denominato dispregiativamente ”generazione Erasmus”: quel ceto medio alto che confonde volentieri il ”dovere” con il ”piacere”, a discapito di professionalità e qualità lavorativa.

Il ”mentor” quasi sempre è stato anche volontario ed è necessariamente un impiegato dell’associazione. In cambio del lavoro ordinario, gli perviene un ”contentino”, quale quello dei relativi viaggi e delle feste alle quali parteciperà in giro per l’Europa, rimborsate non dall’associazione, ma dai fondi europei. L’associazione anticiperà la somma, ma guadagnerà in rimborsi, di misura obbligatoriamente maggiore rispetto a quanto inizialmente versato(vi sono delle medie universali per i rimborsi ed un parametro massimo che non viene superato. In caso fosse superato, naturalmente, con converrebbe partecipare a tale ”formazione” o ”scambio internazionale”).
Le prove?

Il mio articolo, a qualche ora dalla
pubblicazione, già segnalato

La logica difensiva di chi vive prettamente di tali meccanismi è la seguente: ”C’è qualcosa che non va? Sei razzista. Critichi il finanziamento europeo? Sei razzista e fascista. Parli male dell’Eramus? Sei anti europeo ed hai votato Salvini”. Pochi sono coloro che intavolano una discussione seria.Questa impreparazione, come già espresso, è tipica di chi difende un ”lavoro” che nemmeno si configura come tale, ma che rappresenta, negli effetti, solo una posizione che permette di godere di relativi benefici.
L’attitudine di chi ha scritto tali commenti è dannosa, ripeto, per la stessa istituzione europea, poiché essendo i succitati appartenenti esterni di una realtà che, ripeto, è relativa al Portogallo, quest’ultimi dovrebbero dimostrarsi interessati ad informare chi di dovere, in modo che possa essere fatta chiarezza su di una faccenda tanto delicata e che riguarda una malagestione di finanze pubbliche.
L’unica soluzione che viene invece avallata in tal senso, come da buon politico corrotto che cerca di difendersi dalla magistratura, è quella di accusare l’accusatore di appartenere a chissà quale ideologia e di essere razzista, nonché carico di odio e d’infondate ragioni.
Pochi sono i commenti positivi ricevuti che hanno evidenziato come il problema dell’Erasmus+ non sia l’integrazione di figli di turchi benestanti o di giovani viziati mandati in ”castigo” a svolgere un volontariato europeo, bensì la precedenza di provvedere alla disoccupazione dei meno abbienti i quali potrebbero, in caso di mancanza di lavoro, acquisire competenze in un mercato che richiede manodopera intellettuale specializzata. Numerosissimi sono i ragazzi neolaureati costretti a campare miserevolmente come camerieri, pagati in nero e sfruttati dalla Camorra, che partirebbero benissimo l’indomani. A questi, vengono preferiti, senza controlli di reddito e di qualifiche, chi ha avuto la possibilità di svolgere già ”quattro erasmus”, contando sulla disponibilità economica dei genitori e sui titolo che il denaro può facilmente comperare.
L’Erasmus+, stando così le cose, si figura come un mercato di formazione per borghesie europee agiate, e non come una soluzione alla disoccupazione dilagante che attanaglia i giovani super specializzati privi di lavoro. Ai nostri giovani, che hanno appena terminato gli studi, vengono preferiti ragazzini impreparati di paesi quali la Turchia o l’estrema Ucraina, Tedeschi o Spagnoli, poco più che ventenni, che non godono di un minimo di preparazione e che non possono né apportare un contributo con le proprie competenze e né specializzarsi: poiché privi di competenze e di conseguenti specializzazioni. Più che parlare di divertimento, bisognerebbe puntare alla qualità del servizio che si ha intenzione di offrire, e non accusare di razzismo chi pone l’accento sulla strumentalizzazione politica della Turchia che, come dimostrano numerosi casi, insidia qualsivoglia organizzazione europea con estremisti e personaggi di cui facilmente si vuole liberare.

Commento di una collega di lavoro(in nero) che ha fatto lo Sve nella città di Porto

A che serve?
Molte sono le persone che mi hanno chiesto, nell’immediato, prove e testimonianze, e di denunciare direttamente la fattispecie alle rispettive agenzie nazionali. Rispondo senza problemi: non serve assolutamente a nulla. Le agenzie nazionali non si occuperanno mai, nel concreto, di revocare ”licenze” di professionalità a persone che, nel bene o nel male, alimentano il funzionamento di quel contraddittorio meccanismo che si fonda sui finanziamenti europei. Confido che, basandoci sulla scienza probabilistica, di sicuro esistano persone di inattaccabile correttezza, che non si facciano certo scrupoli a cacciare chi commette irreparabili mancanze. Quindi, nel mio caso, e attraverso le numerose testimonianze raccolte che in futuro pubblicherò, diffido totalmente di simili referenze nazionali, siano esse italiane o portoghesi.
Ritengo i metodi di ”denuncia” del tutto inutili per una serie di ragioni che a seguito elencherò, e dichiaro la mia disponibilità ad essere sentito da referenti nazionali, qualora lo ritenessero opportuno.

CAPITOLO II – Quanto sei figa. Io, Nina e l’organizzazione di Invio
L’associazione di invio
L’associazione che ha ”curato” il mio invio è stata del tutto assente nel periodo di ”scontro” iniziale con l’organizzazione ospitante. La mia referente, ”Nina”, nel periodo di evoluzione e maturazione dell’avventura che ha riguardato me ed il mio compagno di volontariato, ”Pedro”, si trovava in Africa e non si è curata minimamente di indagare le ragioni del mio malcontento. Anzi, l’unica raccomandazione che mi è stata fatta è stata: ”Chris adesso non posso, dimmelo con anticipo se vuoi abbandonare che dobbiamo cercare un altro volontario, perché se non lo troviamo, poi, è un problema della nostra cooperativa, che dobbiamo restituire il finanziamento ricevuto”.Pedro era ”curato” dalla sua rispettiva associazione, ma ha goduto delle medesime ”dis-attenzioni”.

Il mal di schiena
Nelle settimane precedenti l’arrivo nella città Porto, tra lo stress del viaggio e l’aver dormito in aereoporto, ho sofferto di un terribile mal di schiena. Una giorno contatto Tuffì e le dico che, dato il lancinante dolore, non potevo muovermi. Lei non si fa problemi e così salto, di un giorno, il volontariato, con il suo permesso. Essendo lei la mia mentor e la mia responsabile, dovevo avvisarla come ho giustamente fatto.

Quando  deciderò di manifestare la mia intenzione di lasciare il progetto, Tuffì e Nina si sentiranno telefonicamente. Tuffì affermerà che, il motivo alla base della mia scelta di abbandonare il volontariato sarà il mio mal di schiena e non la totale assenza di compiti e l’assoluta non curanza che avevano nei nostri confronti. Esatto. Dal giorno che ho avuto il dolore alla spalla/schiena alla telefonata di Nina era passata all’incirca una settimana. Nina mi domanda cosa fosse successo, ed io incredulo le domando che mai potesse centrare un banale mal di schiena con il malcontento provato nel perdere tempo e nell’essere trattato male? Penso che sia stata Majin Bu a suggerire a Tuffì di riferire questa sciocchezza, poiché, per quanto timorosa, Tuffì è incapace di elaborare una simile idiozia. O almeno spero.
Le ragioni del mio malcontento

Primo punto
Quando un volontario decide di partire, tre cose sono strettamente necessarie per l’accettazione del volontariato: l’iscrizione nel sito del Corpo di Solidarietà Europeo, l’assicurazione Cigna e la firma dell’agreement, il contratto con il quale il volontario si impegna ad accettare i termini del volontariato. Il sottoscritto non possiede assicurazione, non ha fatto alcuna registrazione ed ha firmato solo un mese dopo l’arrivo in Porto l’agreement. Insomma, il mio Sve sarebbe negli effetti invalido, e non per mia responsabilità, bensì per l’inottemperanza della mia mentor e della responsabile dell’associazione(Majin Bu). Ho tentato inutilmente di contattare Nina, la quale rimandava a Tuffì la responsabilità dell’invio dell’agreement. Tuffì dichiarava la stessa identica cosa e passando la palla a Nina. La tarantella è andata avanti per un mese.

Secondo puntoUn bel giorno, senza nessun preavviso, scopro che gli orari e le corse degli autobus sono cambiate. Era il 18 marzo, 10 giorni dopo la mia partenza. Dopo un ragionevole ritardo, con tanto di fermata equivocata, comunico a Tuffì l’inconveniente. L’autista mi riferisce che, da tempo, era nota la data della modifica degli orari e delle rotte degli autobus e, gentilmente, mi rilascia un foglietto con le relative indicazioni. Infastidito, contatto Tuffì e le dico che, per ovvi motivi, avrei fatto ritardo. Dopo aver aspettato una buona mezz’ora, le comunico che non sarei andato in associazione, anche perché lei, in quanto mentor, avrebbe dovuto riferire di un simile cambio di orari, da tempo già noto e programmato. In associazione si erano ”dimenticati” di informarci del cambio di orari e di fermate. Cosa non grave se non fosse che per raggiungere la sede ci impiegavano un’ora, e che i bus non passavano mai in orario, e con una cadenza di uno ogni 30 minuti (quindi, in quel caso, ci sarebbero volute circa 2 ore e mezzo minimo per giungere a destinazione). Non solo l’inutilità del volontariato sperimentato nella prima settimana, ma anche la totale non curanza degli impiegati nei nostri confronti mi spinse a scrivere a Tuffì che avrei abbandonato il progetto. Il tutto per esaminare la sua reazione.
Come se non bastasse, la nostra abitazione era condivisa da un’impiegata di questa associazione, che per privacy chiameremo la ”Profumiera”, una ragazza della mia età, con tendenze asociali, che si chiudeva in camera sua e non usciva per ore e ore. La ”Profumiera” entrava ed usciva senza salutare, ed erano in molti a parlare della sua stranezza. Quest’ultima, avrebbe potuto avvisare, tramite premura dell’associazione, il cambio di orari e di percorsi. Ma nulla. Non volle o, anch’essa, si era dimenticata. Addirittura una volta si rifiutò di dare un passaggio a Pedro lasciandolo a piedi con una stagista minorenne, a molti km di distanza dalla sede dell’associazione. Passaggio che gli era dovuto poiché lo spostamento e la realizzazione del compito assegnato si svolsero all’interno dell’orario di lavoro. Ma, ritornando a noi…

Infastidito da questa mancanza, dalla mancanza della firma di un contratto che sembrava non arrivare, dalla mancata stipula dell’assicurazione e dalle numerose altre questioni, comunico che sarei ritornato a casa e che avrei abbandonato il progetto. Tuffì risponde di essere dispiaciuta di questa decisione e che mi avrebbe inviato, tramite il turco, collega di volontariato, gli orari aggiornati. Il turco, ritornato a casa, consegna non gli orari aggiornati, ma l’info pack del nostro progetto, al cui interno vi erano gli orari di qualche anno fa, non quelli aggiornati del sito di trasporti. In quell’esatto momento mi sono sentito preso in giro e telefono a Tuffì. Le ripeto che gli orari ed i tragitti erano cambiati, che la cosa era risaputa, e che sarebbe dovuta essere premura dell’associazione inviarci le informazioni basilari, essendo noi volontari ragazzi stranieri appena giunti in un paese straniero (e parliamo di un’associazione che dichiara di lavorare con persone disabili). Una fotografia degli orari sarebbe stata più che sufficiente, e che se avesse avuto tempo e volontà l’avrebbero potuta inviare in qualsiasi momento per whatsapp. ”Ok, domani in associazione risolviamo il problema.” – ”E come, se non so i bus a che ora passano sotto casa?”. Silenzio. Al che risposi: ”Non so se farò ritardo. In tutti i casi, se non sarò puntuale sai già il perché.” Né la mentor, né la coordinatrice hanno provveduto a telefonare la ”Profumiera” e a chiederle di poterci dare un passaggio. Nulla. L’indomani, arrivato volutamente in ritardo, nessuno ha avuto il coraggio di farmi domande. E tutto è continuato come prima. Pedro, intanto, era fuori Porto, in viaggio. Gli ho scritto un messaggio. ”Hai ragione, non hanno proprio idea di come si lavora in questa associazione” mi risponderà.

Terzo punto: Un giorno l’associazione decide di organizzare una raccolta cibo in un centro commerciale lì vicino, a Parco Nascente. La sera prima della partenza, Majin Bu ci avvisa, senza specificare, che l’indomani avemmo dovuto partecipare ad un evento. Majin Bu parla con Pedro e con il turco e riferisce che saremmo dovuti andare con la ”Profumiera” in associazione verso le 8 meno un quarto(7:45) e da lì al centro commerciale. La mattina ci prepariamo di buon ora, vediamo la Profumiera salire, come sempre senza salutare, ed uscire. Aspettiamo le 10 e decidiamo di contattare Tuffì. Tuffì riferisci di non essere a conoscenza di nulla, ma che ci dice che avrebbe richiamato. Mi scrive un messaggio, e dico ai ragazzi di scrivergli che non avevo batteria. Ci contatta dopo 30 minuti e ci avvisa che sarebbe meglio che ci dirigessimo direttamente al centro commerciale. Rimaniamo, di nuovo, che ci avrebbero aggiornati in 10 minuti, poiché le proponiamo di venirci a prendere. Passa un’altra ora, aspettiamo inutilmente che ci venisse a prendere la Profumiera o Tuffì, ma nulla.  Il bus sarebbe dovuto passare da lì a quasi 40 minuti. Ma niente. Aspettando, lo perdiamo ma riceviamo finalmente una telefonata. Era la coordinatrice, Majin Bu, che ci avvisava con decisione di non mancare poiché l’evento era importante, e che nemmeno Tuffì poteva venirci a prendere perché sarebbe dovuta correre all’instante al centro commerciale; che per lei non poteva fermarsi 5 minuti in strada per darci uno strappo, e che dovevamo dirigerci direttamente a Parco Nascente. Cosa più divertente di tutte era che Majin Bu aveva parlato con la Profumiera, la quale avevo affermato che molto probabilmente noi avevamo capito male. A quel punto mi cascano le braccia.
E’ vero che ero lì solo per verificare delle voci di mal funzionamento di gestione, ma simili mancanze di rispetto e prese per i fondelli non le ho riscontrate nemmeno nelle peggiori organizzazione delle periferie di Napoli.
Ricapitolando:La responsabile, il giorno prima dell’evento, parla con i miei colleghi e afferma che la Profumiera avrebbe dovuto accompagnarci in associazione. Il giorno seguente lei esce senza dire nulla a nessuno. Aspettiamo 2 ore inutilmente. La direttrice cambia idea, dice che è meglio andare in bus, che non vuole che Tuffì si fermi per accompagnarci per non perdere 5 minuti, nonostante dovesse passare per la strada di casa. La Profumiera, afferma Majin Bu, non aveva certo ragione, ma nemmeno torto e che era meglio che rimanesse in associazione. Insomma, la Profumiera si scocciava di darci un passaggio, e hanno preferito lasciarci ”appesi”. Tutti i membri dell’associazione si annoiavano di provvedere a quanto stabilito e di darci il dovuto passaggio. E Tuffì non era informata di nulla al riguardo.

 Al posto di avvisare con dovuto e ragionevole anticipo, ecco che ci obbligavano, quasi da minaccia, a dirigerci in bus, intimandoci addirittura di non far tardi, poiché l’evento per loro era importante. Non solo non hanno rispettato i patti e gli orari, ma ci hanno pure richiamato. Non sarebbe costato nulla dire ”Andate in bus e ci vediamo là”. Hanno, invece, montato un teatrino, creato un casino, e ci hanno dato indirettamente anche dell’idiota a ciascuno di noi, poiché ”può darsi avete capito male”.

Io decido di non andare in giornata, e stacco il telefono. Mi presento il pomeriggio per chiarire con Tuffì, ma finiamo a baciarci nei vicoletti del ”Jumbo”. Quel pomeriggio andiamo a mangiare in un fast food del centro commerciale, e cogliamo l’occasione per dire a Tuffì cosa pensiamo di quello schifo. Lei non prende posizioni e difende l’associazione(come non difendere il proprio lavoro?). Dichiara, in aggiunta, che determinate ”incomprensioni” possono capitare e che loro non hanno interesse nel prenderci in giro. Ci segnala che il loro stipendio si aggira intorno ai 700 euro al mese e che fanno tutto ciò non per denaro, ma per spirito di volontariato(lo stipendio minimo di un lavoratore in Portogallo è 640 euro, quindi più alto della media, se pensiamo che un caffè costa solo 50 centesimi ci rendiamo conto del basso carovita).

Io, Pedro, Tuffì e il turco al centro commerciale

Tuffì, di lì a qualche tempo, cambierà versione e mi confesserà, seppur indirettamente, in lacrime che saranno altri i motivi di tale mal funzionamento.
Tuffì rimanda il tutto a Majin Bu, declinandole ogni competenza e responsabilità decisionale(cosa assurda visto che era lei la nostra mentor). Tuffì ci dice che, essendo Majin Bu il capo dell’associazione, non poteva prendere alcun tipo di decisioni senza avvisarla(altra assurdità, visto che per la mia assenza non ho dovuto chiedere il permesso a Majin Bu, ma a lei, quando nemmeno eravano fidanzati).Il giorno seguente ci lamentiamo della ”mancanza di comunicazione” presente in associazione. Ma nulla. La soluzione di Majin Bu è quella di creare un gruppo whatsapp, del tutto inutile, che non servirà a niente, se non per pubblicare minchiate.

Nel messaggio faccio riferimento ad un altro
volontario italiano. Tale volontario decise un giorno di
partire e di non tornare per due mesi. Nina e
Tuffì, su ordine di Majin Bu, posticipano
il suo volontariato, per timore di perdere
un volontario ed andare incontro a future
sanzioni amministrative. Il tutto
per non rischiare di dover restituire i finanziamenti.
Io e Pedro, gli unici attivi nel
progetto, in compenso eravamo trattati malissimo.
L’altro italiano, il Milanese, veniva
contattato quasi quotidianamente. Il Milanese tergiversava
e posticipava sempre la data del proprio arrivo. Il
Milanese, stando a Pedro, era andato lì per farsi la
vacanza, ”godendo” della disoccupazione e delle
relative indennità. Il Milanese non era
laureato, mentre io e Pedro sì. Aveva il pelo tinto di biondo
e passava le giornate a girovagare, senza lavorare. Pedro
mi ha raccontato spesso di lui e che, esplicitamente,
dichiarava di non voler fare una mazza.
In associazione hanno preferito
un incompetente che non si lamentava a due volontari
che volevano mettere in pratica, anche in materia amministrativa,
 la preparazione faticosamente
ricevuta a suon di sacrifici. E l’ultimo atto della commedia avanzata
nei nostri confronti, specialmente nei miei, dimostrerà
l’incompetenza e la volontà illecita di sfruttamento dell’associazione.





”Le mie amiche? Dormono con me”

La costante inutilità della mia futura ”fidanzata” venne esplicitata quando, in assenza di volontari, proposi di trovarne qualcuno tra i miei amici. Scrissi un post su facebook e risposero delle mie amiche. Tuffì – e in quel periodo la nostra relazione era ufficiale – si oppose per gelosia. Ciò nonostante, le dissi che avrei parlato ugualmente con Majin Bu. Al sentir siffate parole, seppur con qualche sguardo assassino, accettò a condizione che sarebbe dovuta essere presente alla nostra conversazione in ”qualità di mentor”.
Parlo con Majin Bu e lei mi spiega che ciò non è possibile. Le chiedo delucidazioni e mi risponde, in maniera davvero cretina, che ”non ci sono ragazze che vogliono dividere un appartamento con dei ragazzi”. Pensavo alla sua impiegata, alla Profumiera, e stetti quasi sul punto di dirle che ragazze asociali e con deficit di quella portata magari non conoscono il significato della parola convivenza. Ma mi mantenni. Le dissi semplicemente: ”No, aspetta. Sei mai stata studente universitaria? Se queste mie amiche mi hanno risposto, ed hanno parlato con me, significa che non ci sono problemi.”
Majin Bu: ”No, non è solo questo, non vogliono usare lo stesso bagno.”
Io: ”Non è la prima volta che si ritroverebbero a vivere con me. E sono mie amiche, le conosco.”
Majin Bu: ”Ma non accetterebbero mai di dormire con dei ragazzi.”
E lì pensai ” Ma se sono tutti e due maggiormente gay i miei coinquilini…”. Ma stetti zitto.
Un’altra volta, incassando una risposta ai limiti dell’idiozia, le risposi : ”Possono dormire con me, nessun problema. Non sarebbe la prima volta. Mi hanno visto ubriaco, forse anche nudo, e in tutte le condizioni possibili ed immaginabili. Che vuoi che sia.”
Al che Tuffì scattò: ”No, non è possibile!”
Io: ”Perché? Sono come sorelle. Non ci sono problemi.”
Tuffì: ”Il regolamento dell’Unione Europea lo impedisce”
Io l’apostrofo: ”Majin Bu ha detto di sì, e poi se sono due potrebbero dormire sole.”
Tuffì: ”Abbiamo disponibilità per una sola persona al momento.”
Io: ”E se ne venisse una, io potrei dormire in salotto o con lei. Nessun problema. Ci ho parlato. Vuoi vedere i messaggi?”
Al quel punto, Majin Bu, convinta, mi dice di contattare Nina, e che le stava bene se alla mia amica stava bene. Tuffì tace, leggermente rossa per la sfuriata, ed io sogghignando ricevo la conferma che Tuffì era in qualche modo sotto ricatto, nel senso che era obbligata a cedere le sue competenze in materia, e che non poteva opinare il giudizio di Majin Bu, nonostante i regolamenti europei e il ruolo che ricopriva. In poche parole, non valeva una mazza.

Dall’episodio ho tratto due conclusioni: Majin Bu non ha la minima padronanza dei regolamenti europei e, due, non possiede nemmeno la più piccola predisposizione intellettuale per un tale lavoro. Come può pretendere la coordinatrice di un’associazione per disabili generalizzare ed affermare che non ci sono ragazze che accettano la convivenza? In passato Tuffì mi ha raccontato che hanno avuto solo Turchi, eccezion fatta per due spagnoli(una delle quali una ragazza, di cui non ho mai conosciuto i nominativi). L’unico ad essere rimasto per un intero anno fu l’altro spagnolo, un ragazzo omosessuale, che aveva trovato ragazzo in giro per Porto. Tutti i turchi, in passato, avevano trascorso un periodo più breve rispetto al consueto anno.

Tuffì mi racconterà che giunse addirittura una coppia di fidanzati turchi, cosa di per sé già da evitare poiché sleale, e che la ragazza, probabilmente, fu oggetto di violenze. Non vennero avanzate verifiche, poiché, affermerà Tuffì, ”non avevamo prove in tal senso”, nonostante i vicini denunciassero i forti schiamazzi, le urla di lei ed il rumore dei piatti che si infrangevano per casa.

Più che mancanza di prove, ipotizzo sia stata mancanza di volontà indagare su tale fattispecie, poiché nei miei confronti Majin Bu non ha risparmiato critiche ed accuse prive di fondamento. Anzi, del tutto inventate, date le numerose prove raccolte e conservate.

Cultura differente? No, infiltrazione positiva
Molti dicono che sia ‘‘cultura del Portogallo” essere lascivi su certe questioni. Si dice lo stesso di noi del Sud Italia. Tuttavia, conosco persone di inestimabile valore che, spaccandosi in 4, lottano contro lo sfruttamento che esercita la Camorra nei confronti dei bambini di strada e dei ceti più a rischio. Chi lavora nel sociale dovrebbe possedere rispetto per il valore della vita umana, e non pensare in esclusivi termini di guadagno economico, rispettando i volontari e non vedendo loro solo come numeri o finanziamenti. Quest’associazione ha trattato noi tutti come uno strumento, sfruttando allo stesso tempo la condizione familiare dei propri dipendenti per schiavizzare ed esercitare violenze psicologiche che si sono ritorte sui volontari e sulla qualità complessiva del loro lavoro. Dichiaro confermate, dal mio punto di vista, le voci dei miei informatori, che mi hanno consigliato di partire e di indagare al riguardo.
Sennò, poi, è un problema
L’associazione di invio era sicuramente al corrente dell’attitudine di quella ospitante della provincia di Gondomar.
Dopo aver parlato con ”Majin Bu”, boss dell’associazione, mi risento con ”Nina’‘ che voleva essere informata della mia decisione. Ci troviamo all’incirca tra il 18 ed il 19 marzo:Io: ”Senti, Nina, io resto. Poi, se le cose mi scazzano ancora, mi prendo le ferie e affanculo tutti.”Nina: ”Dai, non fare così. Anzi, non lo fare affatto. Perché se parti all’improvviso poi metti nei guai non solo loro, ma noi, perché siamo l’organizzazione di invio. Se decidi di fare una cosa di questo genere, avvisami, che poi devo fare dopo un sacco di cose, di carte, eccetera.”Io: ”Tranquilla, non voglio metterti in difficoltà. Però devo confessarti una cosa.”Nina: ”Che cosa?”Io: ” A me Tuffì fa arrapare a bestia, porcama*na. Che le farei.”Nina: ”*Risate*. No, Chris. Io sono contro a tutto ciò. Non condivido assolutamente simili rapporti tra mentor e volontario”Io: ”Nemmeno io. Anche perché voglio lasciare sto schifo. Così poi me la bombo””*Altre risate*
All’improvviso esce Tuffì
Io: ”Madonna quanto sei fica...”Nina:”Che succede?”Io: ” E’ scesa Tuffì. Mi fa impazzire. Le leccherei… i timpani, non so, le sopracciglia. Tutto crist*io.”Nina: ”Ma daaaai!”Io: ”Ah, che ti farei. Ti leccherei proprio la f*ca”Nina: ”Ma che diciiii, ahahhahahha”Io: ”Non mi sta facendo dormire la notte, ‘sta maledetta, mi sto sfondato di seghe pensandola.”Nina:”*Risate fino a morire* Non ti azzardare a fare na cosa del genere! Assolutamente, no! Che poi finisce male. Non è la prima volta che succedono, ed è proprio per questo che è meglio mantenere un rapporto di serietà. E’ per questo che qui in Italia la mentor è una figura esterna l’associazione, proprio per evitare ste cose!

Scusate il linguaggio informale. Ma Tuffì mi faceva davvero questo effetto. E, poi, volevo comprovare l’affidabilità di Nina

Naturalmente, queste non furono le esatte parole. Ma si avvicinano di molto.

Passeggiando per Porto notiamo un negozio di cinesi che aveano esposto un manichino nero legato al collo da una catena. La cosa mi ha fatto troppo ridere ed ho inviato una foto a Nina

Con ”Nina” il rapporto è sempre stato informale, e con lei la nostra interazione. Almeno al principio.Con lei sono sempre stato corretto. Prima di partire, le avevo esplicitato che avevo delle cause legali in corso. Nulla di eccezionale in relazione all’imminente partenza. Le avevo pregato di provvedere con gli adeguati controlli di compatibilità per vedere se ciò andasse contro l’etica del volontariato. Le succitate cause riguardavano delle minacce di morte ricevute dal sottoscritto in passato per via di alcuni articoli giornalistici che afferivano l’esistenza di alcune discariche abusive. Ma nulla di straordinario in Campania, dove la ”munnezza” è prerogativa di gente che ne è diretta proiezione sul piano umano e qualitativo(camorristi e politici corrotti). La pericolosità delle minacce in questione è pari a zero e la denuncia si è configurata per lo più un ”atto dovuto” nei confronti di pochi montati che hanno visto ed emulato modelli negativi quali la seria tv ”Gomorra”.
Dopo aver chiesto al mio avvocato, ed a Nina di controllare, tutto è filato liscio. Ma, ritornando al nostro discorso…

Trovare il tempo di un whatsapp
è cosa da nulla. Specialmente se
di tratta della condizione di un
volontario. Eppure…



L’inutilità della denuncia
Stando al regolamento Sve, qualora un volontariato riscontrasse un problema, dovrebbe parlarne con la mentor. Qualora non fosse la mentor a provvedere a tale problematica, la referente dell’organizzazione di invio dovrebbe incaricarsi di risolvere, a distanza, del tutto. Ma se nessuna delle due strade risultasse percorribile, allora l’alternativa sarebbe quella di contattare l’agenzia nazionale, ed aspettare una risposta. Una volta ricevuta la risposta, l’agenzia passerebbe alla verifica del caso, all’ascolto dei diretti interessati e, successivamente, ad un verdetto. Il tutto richiede diversi mesi, ammesso che la richiesta non si perda nell’email dell’organismo nazionale. Intanto, il volontario potrebbe già esser stato cacciato o fatto oggetto di ricatti e di violenze psicologiche.
Come ci si ritrova a dover lavorare in un’azienda dove un’impiegata denuncia per stolking il proprio capo? Impiegata che è costretta a stare a stretto contatto con quest’ultimo e ad incontrarlo ogni giorno? Penso non molto bene. Questa è l’esatta situazione in cui si ritrova  un volontario quando decide di obiettare nei confronti di determinate condotte: abbandonato nell’impossibilità di NON poter denunciare uno sfruttamento od una irregolarità. Specialmente se ciò comporta l’annullamento dello Sve e l’impossibilità di poter ricevere lo Youth Pass.
I casi in cui è possibile denunciare
Nei paragrafi precedenti, avevo affermato che ogni tentativo di denuncia era inutile. Questi sono i motivi per i quali il volontariato europeo si presta:
– come una vacanza atta solo alla ricezione dei finanziamenti;
– come un contratto di schiavismo, che implica solo diritti e nessun dovere.

Naturalmente, eccezione è fatta per le organizzazioni oneste, che matematicamente esistono e compiono egregiamente il loro lavoro:

  • In caso di ”mal intendimenti” tra il volontario e l’associazione, vi è l’agenzia nazionale come referenza che dovrebbe mediare per risolvere le controversie. L’agenzia nazionale dovrebbe, teoricamente, esercitare una pressione su quella estera, poiché sarebbe la ”send organization” ad occuparsi di inviare alla ”osting” i volontari selezionati. Tuttavia, nella pratica, la send e la osting condividono lo stesso destino, poiché entrambe parallelamente vincolate al numero obbligatorio di volontari da ”trovare” per poter adempiere alle obbligazioni relative il finanziamento. Ergo, nessuna delle due avrebbe interesse di nuocere all’altra per ”piccolezze”, essendo unite da interessi economici più che comprensibili.
  • Vi sono due ”formazioni” nel periodo di volontariato: una ”formazione di arrivo” e l’altra di ”lungo termine”. In tutte e due le formazioni si avallano giochi di intrattenimento e si enunciano le descrizioni già presenti nei moduli esplicativi del volontariato europeo: una bella ripetizione di ciò che si trova su internet.
  • Per quanto riguarda la possibilità di ”denunciare” relative irregolarità, nel periodo di formazione vi è un esponente ”nazionale” che è a disposizione del volontario. Il volontario racconta quanto accaduto e, successivamente, l’esponente dell’agenzia nazionale invia una nota alla mentor. E’ qui che si evince quanto stupida sia tale modalità di attuazione. Uno dei fini ultimo del volontariato è il conseguimento dello ”Youth Pass”, un certificato che attesta le competenze acquisite, che viene rilasciato alla fine del percorso. Ammesso e non concesso che si siano verificate delle irregolarità, e che il volontario abbia denunciato un comportamento scorretto dell’associazione, l’invio della nota di lamentele alla mentor è quanto meno stupido e controproducente, perché ciò potrebbe innescare una reazione ostile nei confronti del volontario. Specialmente se questo deve attendere la fine del periodo di Sve per la ricezione del certificato di partecipazione e di competenze acquisite. Posseggo la testimonianza di una giovane ragazza calabrese che si era lamentata del coinquilino turco che l’aveva più volte minacciata e che aveva praticamente distrutto casa. Una volta arrivata la nota alla mentor, tra l’altro mal scritta, la ragazza è stata oggetto di pressioni affinché scrivesse all’agenzia nazionale per ”spiegare” meglio la situazione e modificare la propria originaria testimonianza. La ragazza, naturalmente, ha eseguito il tutto, timorosa che avrebbero avallato la sua espulsione dal progetto. Sempre questa ragazza adesso vive in un altro appartamento, poiché fortunatamente si è fidanzata ed è andata a convivere altrove. Al di là della testimonianza, è facile comprendere quanto tale modalità di risoluzione sia incorretta, poiché fatta ad hoc per essere inservibile.
  • Il volontario, qualora notasse irregolarità, è tenuto a contattare la mentor dell’organizzazione ospite per denunciare siffatte condizioni. Ora, sorge spontanea una domanda: dato che la mentor lavora nell’associazione o nell’organizzazione dove il volontario svolge il suo volontario, quanto interesse avrà la mentor a riportare le irregolarità presenti nel proprio lavoro?
  • Ultima spiaggia è l’agenzia nazionale. Lo Sve, a quanto pare, sparirà entro breve per essere sostituito dal ”Corpo di solidarietà europeo”. In Italia, sono in molti a lamentarsi della lentezza e dell’inefficienza di tale sistema, poiché oltre ad essere logorato dal malfunzionamento delle regioni e della burocrazia italiana, si perde facilmente nei meandri delle approvazioni e delle sospensioni dei meccanismi di tali progetti.
  • Non esiste volontà di integrare, ma solo di mantenere il volontario in una perenne fase di stand by per conseguire l’adempimento dei tempi burocratici del progetto. Ecco perché si preferisce non risolvere eventuali problemi, ma tamponare od ignorare qualsiasi denuncia o critica che possa giungere dall’esterno.
  • E’ assente ogni forma di reale formazione, sia nel volontariato che nei confronti di chi dovrebbe gestire i volontari ed i progetti. 
  • Non esistono persone veramente qualificate per gestire un complesso interculturale composto da un numero di volontari provenienti da svariati paesi. Vi sono ragazzi della mia stessa età che parlano 5 lingue, che hanno conseguito dottorati in relazioni internazionali, che collezionano numerosissime pubblicazioni e che sono costretti a fare i camerieri a Londra o in Australia per poter vivere dignitosamente. Questi ragazzi, almeno per quanto concerne l’Italia, potrebbero benissimo gestire simili situazioni e provvedere a soluzionare svariate problematiche. Si preferisce, invece, affidare compiti a personaggi di dubbia qualifica e che in nulla hanno sperimentato appieno il significato delle parole ”immigrazione”, ”emigrazione”, ”adattamento” o ”multiculturalità”. Oggigiorno, nei centri d’immigrazione, è obbligatoria la presenza di un ”mediatore culturale”. Perché, in questi contesti, data l’eterogeneità e l’abisso che divide paesi quali quelli del nord Europa e mediterranei, balcanici e slavi, non si avanza una tale proposta?

Pensavo fosse amore, invece era un’inchiestaLa cosa che più mi amareggia è stata Tuffì. Tuffì è una donna specializzata, con l’animo di una ragazza. Con lei ho condiviso fantastici momenti e confessioni che mi hanno profondamente colpito. Tuffì era costretta a sopportare l’intero carico di lavoro, poiché nessuno in associazione era in grado di occuparsi di amministrazione, alcuni dei quali incapaci di accendere addirittura un computer (la segretaria non sapeva nemmeno selezionare una tabella di excel). La storia che ha avuto luogo tra me e Tuffì sarà oggetto del prossimo Capitolo, poiché intendo evidenziare come quest’ultima sia stata allo stesso tempo vittima e complice di un gioco sleale che ha visto protagonisti noi volontari. Con questo vi saluto e ci rivediamo alla prossima puntata! 

Aspettando le solite accuse di razzismo e antieuropeismo, il vostro xenofobo preferito Chris Barlati!

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